Parlare con forza, con dolcezza, per dare dignità, per dare giustizia, per dare libertà.

 

Tratto da “L’Italia come bugia” di Davide Giacalone. (Ed anno 2003)

Sinistra pro mafia?

Questa è una storia allucinante, che si svolge sotto gli occhi di tutti.

Tutti possono vedere, ma nessuno si accorge di niente. Un giorno si piangerà il morto e si tradirà e dimenticherà la sua storia. Come si è fatto con Giovanni Falcone.

Lunedì scorso, presso il tribunale di Caltanissetta, è riemerso il “capitano Ultimo”. Adesso è maggiore. Ultimo, come è evidente, è un nome in codice, un nome di battaglia che serviva anche a tutelare l’identità di un militare che aveva combattuto la mafia e portato ad arresti eccellenti, fra cui quelli di Riina, Puccio e Biondino. Qualche mese fa, con decisione incredibile, i vertici dell’Arma dei carabinieri decisero di rivelare l’identità di Ultimo. Nessuno protestò. Noi, ancora oggi, ci rifiutiamo e ci rifiuteremo sempre di scrivere il nome ed il cognome di questo maggiore dei carabinieri, giacché siamo convinti che facendolo non faremmo che agevolare il compito dei suoi sicari. Strano che nessuno lo abbia fatto notare, ai vertici dell’Arma. Strano che nessun ministro, pur loquace assai, abbia trovato modo di spendere una parola per difendere Ultimo. Ma non è finita.

Nell’aula del tribunale Ultimo si è presentato da solo, ed a volto scoperto. Allo sbalordito pubblico ministero ha risposto che lui vive senza protezione e che per giungere fin là si era dovuto organizzare da solo. È stato il pm, quindi, a fornire un passamontagna ed una tenda dietro cui riparare il volto di questo bersaglio mobile. Un bersaglio che, a quel che pare, si sta facendo di tutto perché sia centrato. Ma qui viene il bello.

Quest’uomo, che oggi lavora in un nucleo ecologico dei carabinieri (sembra uno scherzo, invece è vero), ha raccontato la storia a lui nota della lotta alla mafia. Ha raccontato gli anni del lavoro con Giovanni Falcone, di come le cose procedevano in fretta, di come vi fosse la reale volontà di andare avanti, di quali successi investigativi furono conseguiti. Attenti, reggetevi forte: erano gli anni di Giovanni Falcone e del CAF (sigla che sta ad indicare i governi di pentapartito). Lo scrivo non perché pensi che sia stato il CAF a far la lotta alla mafia, ma perché è evidente che il CAF non la bloccò, non la impantanò, non la trasferì alla tutela ecologica. Questo, invece, è esattamente quel che ha fatto il governo di sinistra. E se la storia di Ultimo fosse accaduta durante gli anni del CAF di certo si sarebbe levata la protesta di quanti vi avrebbero letto l’unica cosa che vi si possa leggere: l’insabbiamento della lotta alla mafia e l’isolamento di un suo protagonista. Avviene, invece, ai tempi dell’Ulivo. E nessuno fiata.

È stato il ministro degli Interni Giorgio Napolitano, già esperto economico del Partito Comunista Italiano, già suo addetto agli affari esteri ed ai rapporti con l’Unione Sovietica, a sciogliere i ROS dei carabinieri ed a disperdere quel patrimonio investigativo che era costato anni di lavoro e non pochi morti ammazzati. E la direzione fallimentare, stiamo alle parole di Ultimo, della lotta alla mafia è proprio quella che ricade sotto la responsabilità di Giancarlo Caselli. Il quale, prima si fece bello con il lavoro di Ultimo, ma, poi, preferì dirigere le indagini verso Andreotti piuttosto che verso la mafia.

Si dice che Falcone aveva avviato delle indagini, in collaborazione con un collega russo, sui flussi di denaro che dall’Unione Sovietica si muovevano verso l’Italia, ed è certo che è stato ammazzato proprio alla vigilia di un incontro con questo collega. Quei flussi di denaro erano quanto meno imbarazzanti per un partito, il Partito Comunista Italiano, che si finanziava con denari che viaggiavano nella stessa direzione. Può darsi che fra le due cose non ci sia nessuna relazione, ma è un fatto che la più pesante opposizione Falcone la ebbe proprio dalla sinistra comunista e dai suoi servitori e vassalli; ed è un fatto che la battaglia contro la mafia, da lui condotta, fu stroncata in coincidenza con l’arrivo delle sinistre al governo. Fatti, e fatti con la testa dura.

Ed oggi ci troviamo davanti questo signor Ultimo. Lasciato solo davanti alla mafia, esposto alla vendetta dei nemici dello Stato, superstite di una stagione morta, sopravvissuto a dispetto della mafia non meno che a dispetto dello Stato che ha servito.

C’è da scommetterci, neanche questa volta qualcuno fiaterà. Ma si, questo Ultimo forse è un pazzo, certamente, è un indisciplinato. E la sua storia non è poi così limpida, forse, addirittura era stato un amico di Riina, altrimenti come si spiega che non gli perquisì la casa. Perché la cattura di Riina fu un merito di Caselli, mentre la mancata perquisizione una colpa di Ultimo. Certo, come no. Del resto, non abbiamo già visto questa scena? Non l’abbiamo già vissuta con Giovanni Falcone? Si insulta, massacra e rimuove un servitore dello Stato, poi, quando lo ammazzano, tutti a piangere ed a dire di esserne stati i migliori amici e di esserne gli eredi. Ultimo non sa di quanti amici può disporre se solo si decide a farsi ammazzare.